Fotografare l’archeologia

L’importanza della fotografia archeologica

 

Con la chiusura di un cantiere di scavo, che si tratti di assistenza archeologica, sondaggio o scavo archeologico estensivo, arriva il momento della consegna della documentazione, che comprende, oltre alla relazione descrittiva del lavoro, anche una serie di immagini fotografiche da allegare.

Nel manuale de “La documentazione fotografica delle schede di catalogo” dell’ICCD, alla voce “Il territorio: beni ambientali, archeologici ed architettonici”, si legge infatti che “una corretta documentazione fotografica dei contesti ambientali, paesaggistici, urbani e rurali, deve consentire la lettura di tutti gli elementi che concorrono all’identificazione del bene” e che “sono da evidenziare tutte le connessioni rilevate tra i centri abitati ed il paesaggio limitrofo, così come è importante restituire attraverso la documentazione fotografica un quadro corretto dei rapporti spaziali nell’ambito di ciascun contesto ambientale”.

La fotografia rappresenta quindi un elemento indispensabile in ambito archeologico, purché risponda a determinate regole.

 

 

Documentare il cantiere

 

Senza nessuna pretesa di uno scatto artistico, ottenere immagini adeguate è necessario per documentare in modo efficace un contesto antico che lo scavo inevitabilmente è destinato a modificare.

E la possibilità, negli ultimi anni, di inviare in formato digitale la documentazione fotografica alla Soprintendenza, fa sì che noi archeologi, presi dall’ansia di un reportage da fare in tempi rapidi, accumuliamo centinaia di giga di immagini non utilizzabili e infinite copie di uno stesso soggetto da sistemare e selezionare nella fase di post-scavo.

Quindi, per non impiegare risorse, energie e tempo ulteriori, sarebbe più fruttuoso prepararsi ed allenarsi a puntare sulla qualità delle immagini e non sulla quantità.

 

Quali sono, dunque, i principali elementi da tener presente quando ci apprestiamo a scattare una foto archeologica in cantiere?

 

In estrema sintesi, per la nostra esperienza come Akhet, l’illuminazione, il contesto, l’inquadratura, la pulizia sono quelli che incidono di più nella qualità dell’immagine archeologica. Senza tralasciare il fondamentale aspetto dei riferimenti identificativi.

 

 

L’illuminazione

 

L’intensità, la temperatura e la direzione della luce sono elementi basilari in fotografia, e vale anche per la fotografia archeologica in cantiere.

Si possono ottenere risultati molto diversi, più o meno validi a seconda della finalità, variando l’illuminazione di uno stesso soggetto.

Si sa che per le immagini d’insieme la migliore posizione è quella in cui si lascia la fonte di luce, solitamente il sole, alle spalle di tre quarti: questo punto strategico permette di avere ombre non troppo allungate che non compromettono la leggibilità dell’immagine e al contempo conferiscono alle strutture murarie maggiore volume.

Se il tempo è sereno ci può essere una notevole differenza di luminosità tra le zone in piena luce e quelle in ombra, mentre con un cielo coperto e una luce più diffusa l’immagine sarà più omogenea. Se, quindi, c’è possibilità di vagliare quando scattare la foto, la scelta dipenderà da cosa si vuole risaltare nella foto.

Nelle foto di dettaglio degli oggetti, ad esempio, può essere preferibile scattare con luce piena e con poco contrasto, per evidenziare i particolari.

 

In generale è meglio avere una illuminazione uniforme ed evitare la presenza di un eccessivo contrasto tra zone in ombra e fasci di luce.

 

Il mio consiglio è quindi di osservare il cielo e la posizione del sole sul cantiere durante la giornata ed essere pronti per i vostri scatti al momento giusto.

 

 

Il contesto

 

In archeologia lavoriamo in contesti molto diversi tra loro.

Ci troviamo a fotografare in ambienti all’aperto, quindi alla luce del sole, oppure dentro a spazi bui, come tombe, sotterranei, cantine o stanze chiuse; oppure potremmo trovarci nella necessità di dover documentare reperti con luce artificiale controllata in studio.

A seconda del contesto in cui operiamo, dovremmo mettere a punto un diverso set fotografico e scegliere bene le attrezzature: lampade, treppiede professionale, obiettivo, eventuali filtri ecc.

È buona prassi soprattutto prendersi qualche minuto per osservare scrupolosamente lo scatto dal display della vostra reflex, o da un computer portatile, per decidere se l’immagine rappresenta in modo corretto il soggetto che stiamo fotografando, che deve essere letto chiaramente da chi visionerà la documentazione.

 

Inquadrature a confronto

Le viste generali devono concentrarsi sul contesto archeologico: nella foto in alto la vista dà rilievo al taglio della trincea per la posa della tubazione. La palina è storta, la lavagnetta non leggibile e ci sono attrezzi in disordine. La foto in basso offre una vista generale corretta che mostra la sovrapposizione degli strati. La palina è parallela al bordo della foto, la lavagnetta è leggibile e l’inquadratura è pulita.

 

L’inquadratura

 

Come accennato, l’attività fotografica viene svolta quotidianamente in cantiere per documentare soggetti destinati ad essere rimossi in breve tempo. Si fotografano gli strati, mettendo in evidenza le loro connessioni e come si relazionano con le strutture e con gli oggetti.

Le inquadrature possono essere quindi più generali, per scendere poi via via nel dettaglio fino a documentare i particolari più minuti.

Adottare una inquadratura dall’alto (a piombo) è utile per osservare le strutture in pianta e capire in che modo si relazionano tra loro i muri, le aperture, le porte e gli ambienti. O nei paesaggi storici agricoli, tra gli strati di terra con canali, le arature, etc.

 

Per ottenere il miglior risultato il soggetto dovrebbe essere centrato e quanto più allineato ai margini, per rispettare la prospettiva corretta.

 

Strutture in contesto

Le strutture murarie devono essere inserite nel contesto: a sinistra un contesto poco chiaro, l’inquadratura non è ordinata e la lavagnetta risulta difficile da leggere. A destra, un esempio di foto ordinata e pulita che mostra il rapporto tra il muro e gli altri elementi.

 

Pulizia

 

Un altro aspetto importante delle immagini di scavo è la pulizia, perché una buona foto parte prima di tutto da una corretta ripulitura del contesto di scavo che permette di riconoscere i limiti e le relazioni tra i diversi strati e gli andamenti delle strutture murarie.

Senza mai dimenticare quello che c’è intorno!

Perché non c’è niente di più fastidioso di un guanto dimenticato che spunta nell’inquadratura della foto di un ambiente che avete così faticosamente ripulito. Dopo aver studiato per bene l’inquadratura è opportuno fare un giro intorno al cantiere e lungo i bordi dello scavo per togliere tutti gli oggetti lasciati in giro, ricordando che lo sguardo della macchina fotografica è sempre un po’ più ampio del nostro.

Pulizia scavo archeologico: immagini a confronto

Una bella pulizia archeologica può essere rovinata o valorizzata da una foto: a sinistra la lavagnetta non è leggibile, sono stati lasciati secchi e attrezzi nell’inquadratura, i teli di copertura sono ammassati in maniera disordinata. A destra l’inquadratura è ben centrata, la lavagnetta leggibile, la luce uniforme e i teli di copertura non disturbano.

 

Riferimenti identificativi

 

Le foto archeologiche devono avere come riferimenti identificativi tre elementi:

  • una lavagnetta che indichi i dati dello scavo, il soggetto che stiamo fotografando ovvero il numero di US (Unità Stratigrafica) o se è una foto generale e, molto importante, le iniziali del fotografo: ricordatevi sempre di aggiornarla prima di scattare;
  • una palina bianca e rossa come riferimento metrico ;
  • una freccia per indicare il nord, se possibile con il supporto di una bussola per essere ancora più precisi sulla direzione.

 

Per ottenere una  foto documentale questi elementi devono essere collocati in maniera ordinata.

 

La lavagnetta non deve essere troppo distante, per risultare leggibile e, come la palina, deve essere allineata all’inquadratura e a eventuali soggetti da fotografare, ad esempio al lato lungo della tomba, ad una struttura muraria, ecc.). Sembrano piccoli dettagli ma sono questi spesso a fare una grande differenza.

Se poi il contesto è particolarmente suggestivo, potrebbe essere utile scattare qualche immagine di dettaglio o d’insieme senza i riferimenti metrici, da conservare per future conferenze, pubblicazioni scientifiche, comunicati stampa, materiali per la comunicazione cartacea e digitale della ditta archeologica.

 

 lavagnetta e palina

Elementi identificativi: lavagnetta, palina e freccia.

 

…E le foto di attività?

 

Purtroppo vengono spesso dimenticate ma sono quelle che aiutano a raccontare il nostro lavoro ai non addetti ai lavori, soprattutto nell’era dei social media.

Quindi perché ogni tanto non alzare la testa dagli strati di terra e fotografare il nostro lavoro di squadra e avere qualche immagine più “artistica”?

D’altronde, conservare queste immagini più spontanee, potrà essere in futuro un bel ricordo da condividere.

 

fotografia archeologica di attività

 

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