IL VALORE DELLA GEOMORFOLOGIA E LA STRATIGRAFIA TRIDIMENSIONALE
Un ritrovamento archeologico è un evento memorabile per noi “segugi del passato”.
E io me li ricordo tutti. A partire da quella prima punta di freccia foliata comparsa davanti ai miei occhi mentre salivo su un sentiero che erodeva la nostra collina nello Yorkshire, nel 1981. Quei pochi microliti sullo strapiombo ventoso che si affacciava sul mare nel Northumbria.
Il piccolo frammento ceramico decorato di epoca campaniforme, riconosciuto nella sezione di Via Roma ad Aosta (a una profondità di ben 28 metri!). Il primo cippo di un grande cromlech emerso durante la demolizione della camera funeraria del cimitero moderno nel sito dell’Ospedale Parini.
E ancora, quei due frammenti di laterizi romani rinvenuti all’interno di una trincea, che hanno permesso di mettere in luce una villa in mezzo al nulla nel Canavese; e quel bell’anello d’oro sopravvissuto miracolosamente alla posa di gas e fognature sotto Corso Battaglione, solo poche settimane fa, nel centro della città augusta…
Potrei proseguire, ma ho reso l’idea, credo.
LANDSCAPE ARCHEOLOGY
Poi ci sono gli strati. Semplici strati di terra, uno sopra l’altro, alcuni con minuscoli reperti o carboncini, in generale però pieni di …niente!
Eppure anche il “vuoto” ha un senso, nel grande schema della storia e dell’evoluzione del paesaggio che ci circonda. Che si tratti di città, sobborghi o campagna.
Perché è importante ricordarsi che l’archeologia senza contesto è poco utile e quindi è necessario parlare di landscape archaeology, di archeologia del paesaggio, ovvero di quella specializzazione che cerca di mettere insieme tutti i nuovi dati, sia quelli positivi che quelli negativi, raccolti al freddo (o al caldo) delle trincee e dei saggi di scavo.
Non si tratta dunque solo di collocare su una carta archeologica tutti i ritrovamenti. Ma di inserirli in uno schema complesso, che si ottiene dallo studio del territorio e della sua evoluzione nel tempo.
E questo può avvenire solo dopo aver considerato tutti gli aspetti, sia storici, con l’analisi dei vecchi documenti o catasti, sia ambientali, come i dati dello studio delle acque (l’idrografia), l’evoluzione del clima (la climatologia), la geografia, la geologia e, last but not least, la geomorfologia.

Sezione vuota di uno scavo archeologico
COS’È LA GEOMORFOLOGIA?
Per usare i termini giusti, mentre la geologia è la scienza che studia la costruzione, la struttura e l’evoluzione della nostra terra, la geomorfologia è
la disciplina che si occupa delle forme della superficie terrestre e dei processi di modellamento e modificazione del nostro paesaggio.
Ovvero, è lo studio delle forme del suolo nella loro genesi ed evoluzione, che sono fattori essenziali per la vita vegetale e animale, per il popolamento umano e per molte attività economiche. Il “racconto” di quello che c’è ora intorno (e sotto) di noi e che c’era intorno (e sotto) ai nostri antenati.
In altri termini la geomorfologia ci aiuta a comprendere i motivi che hanno portato i nostri nonni a costruire una casa lì o una strada là, perché i Romani hanno fondato una città in quel punto e seppellito i loro cari in quell’altro, per quale ragione i Celti hanno arato quel terreno e hanno costruito sistemi di irrigazione di quei campi.
Ci fa comprendere se in un punto c’era dell’acqua. Se si era troppo vicini a un paleoalveo stagionalmente pericoloso. Se quell’area era a rischio di frana e valanghe e un’altra era soleggiata e al riparo dal vento. Se un punto era difendibile e un altro era in pianura e molto esposto al passaggio delle genti.
La geomorfologia aiuta in sostanza a spiegare le tante sagge decisioni prese dai nostri antenati, che erano (quasi) sempre rispettose dell’ambiente circostante.

Sezione vuota di uno scavo archeologico
I DATI GEOMORFOLOGICI A DISPOSIZIONE
Nell’Italia settentrionale è possibile accedere ad un’ampia quantità di dati geomorfologici, in particolare:
- la tipologia, stratigrafia e evoluzione della copertura quaternaria (del Pleistocene e dell’Olocene),
- le aree di affioramento dei più antichi strati geologici, delle morene e dei terrazzi fluvio-glaciali;
- l’andamento dei paleoalvei;
- la localizzazione delle debris-flow, delle frane e anche delle valanghe (causa di bruschi cambiamenti sulle superfici);
- lo spessore dei paleosuoli e la loro tipologia;
- i dettagli dell’idrografia (sia la rete idrica attuale che le sorgenti)
Tutti questi dati, sovrapposti e analizzati, sono fondamentali per lo studio non solo dei siti già venuti alla luce, ma anche per riconoscere dei modelli insediativi replicabili.
E applicando questi modelli a contesti con caratteristiche simili aumenta la possibilità di prevedere la presenza di siti archeologici.
Di conseguenza si può scegliere di utilizzare queste informazioni per indirizzare gli interventi archeologici futuri, sia quelli di emergenza che quelli di ricerca.
E si può scegliere di impiegarle proattivamente per supportare i nostri committenti nella progettazione delle infrastrutture, aiutandoli ad effettuare scelte più consapevoli nel rispetto e nella salvaguardia del nostro passato.

Sezione vuota di uno scavo archeologico
STRATIGRAFIA TRIDIMENSIONALE: DATO POSITIVO E NEGATIVO
Questo processo viene facilitato da una corretta registrazione dei dati “negativi”, ovvero della sequenza degli strati nella sua interezza, anche se privi di elementi archeologici significativi.
Ricostruire, e di conseguenza comprendere, la geomorfologia del contesto in cui operiamo, è la fonte più informativa, più pratica e affidabile che abbiamo a disposizione, poiché ci permette di fornire una spiegazione chiara e comprensibile del perché un sito archeologico si trovi in una determinata posizione.
Nonché una visuale nuova e più completa, rispetto ad una rappresentazione “bidimensionale” della mappa archeologica.
È il potere della landscape archaeology, l’unico approccio in grado di offrire alla professione di archeologo maggiore autorevolezza e attendibilità.
Consulta qui il profilo LinkedIn di David Wicks
Direttore scientifico | co-fondatore | archeologo senior
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