“NON C’È NIENTE”
Come archeologi e archeologhe quante volte vi ritrovate a pronunciare o ad ascoltare la frase “non c’è niente”?
- Quando riassumete il risultato del vostro lavoro alla Soprintendenza.
- Quando, dopo aver documentato l’intera trincea, date il via libera alla posa di una tubazione.
- Quando viene usata dagli escavatoristi, come a indicare che non serve che voi siate lì.
- Quando state spiegando al Committente l’importanza della vostra presenza ogni volta che la ruspa inizia a scavare.
In ognuna di queste circostanze, siete sicuri che fare riferimento al lavoro che avete svolto con competenza e meticolosità con un “non c’è niente” aiuti a dare il giusto valore al vostro ruolo? E soprattutto, come vi sentite?

L’ importanza dei dati negativi in archeologia
Il fatto è che, dopo aver osservato, documentato e compreso la stratigrafia attraversata dell’intera trincea sulla base dell’esperienza acquisita nel corso degli anni e dei nostri studi, comunicare ai nostri referenti che “non c’è niente” svilisce la nostra professionalità, e questo accade solo nella nostra categoria, ci sembra.
Non succede a un revisore che non abbia trovato nulla di anomalo in un bilancio aziendale, ad un avvocato che non abbia rilevato sentenze sfavorevoli all’assistito, a un notaio che non abbia riscontrato intralci burocratici all’avvio di una pratica.
E quindi, in virtù del fatto che per noi imprese archeologiche raccogliere questo tipo di informazioni “negative” dà il via libera ai lavori in cantiere, perché la nostra figura professionale è spesso etichettata come superflua?
Insomma, piacerebbe anche a voi che il senso di questa frase fosse capovolto?
VALORIZZARE IL DATO NEGATIVO ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO
In Akhet da quest’anno stiamo lavorando alla definizione di un metodo per sviluppare una Carta del potenziale molto più dettagliata, e per farlo stiamo raccogliendo non solo i dati positivi ma diamo rilevanza all’identificazione e all’interpretazione dei dati negativi.
Perché crediamo che solo documentando entrambi sia possibile capire l’evoluzione del paesaggio antico attraverso i secoli. E che questa modalità di procedere permetta di contestualizzare e capire il significato di un ritrovamento archeologico, o della sua assenza.
E questo ci aiuta a lavorare sulla predittività archeologica, utile soprattutto per le opere a rete.

L’importanza dei dati negativi in archeologia
Un passo importante in questa missione sarebbe quello di trovare un linguaggio più adeguato. In fondo, come qualcuno ha già detto, le parole sono importanti, no?
Perciò ci siamo chiesti, e lo chiediamo anche a voi, in che modo la frase “non c’è niente” possa essere sostituita con una formula più… positiva?
Insomma, come sottolineare il valore del lavoro dell’archeologo anche nei casi in cui non intercettiamo un sito archeologico
Tra i nostri obiettivi per il 2023 c’è quello di contribuire a dare più dignità alla nostra professione di archeologi, anche quando il frutto del nostro lavoro sembra essere “negativo”.
Così, durante un brainstorming in azienda (amiamo intercettare idee provenienti dai nostri collaboratori!) sono venute fuori alcune proposte interessanti:
- Abbiamo registrato un’assenza
- Siamo in una zona priva di attività abitative o funerarie
- Siamo all’interno di terreni riservati all’agricoltura
- È un’area soggetta a frequenti alluvioni e quindi poco favorevole ad essere occupata in antico
- È un terreno marginale e incolto
- C’è un dato negativo dovuto ad asportazioni recenti
E in effetti già ci sembra di vedere le cose in modo diverso, perché, come dice anche la sociolinguista Vera Gheno, “le parole che usiamo possono modificare il nostro modo di vedere la realtà”.
E voi cosa ne pensate? Proponete altre locuzioni?
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