Quando si parla di valorizzazione culturale e sviluppo territoriale, mettere davvero al centro le comunità locali è più che mai fondamentale. È proprio su questo rapporto che si basa il lavoro dei GAL – i Gruppi di Azione Locale – realtà che lavorano per promuovere uno sviluppo sostenibile dei territori rurali, rispettando l’identità culturale e ascoltando le reali esigenze di chi ci vive.
In questo panorama, il lavoro di Marta Anello, coordinatrice del GAL Valle d’Aosta, è prezioso: da anni costruisce ponti tra istituzioni, enti locali, associazioni e cittadini, con l’obiettivo di tradurre idee in progetti concreti che tutelano il patrimonio culturale e danno nuova linfa a un’economia legata alla memoria e alle radici dei luoghi.
Con Marta abbiamo voluto capire meglio come i GAL siano protagonisti nella valorizzazione del patrimonio culturale locale e in che modo le comunità possano diventare protagoniste attive, non solo custodi del passato ma anche costruttrici consapevoli del proprio futuro.
Cos’è un GAL e qual è la sua missione, soprattutto in una realtà particolare come la Valle d’Aosta?
Un GAL, Gruppo di Azione Locale, è un ente pubblico-privato che opera grazie al programma LEADER dell’Unione Europea, con finanziamenti dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR). Il suo compito è mettere in campo strategie territoriali a lungo termine, per contrastare fenomeni come lo spopolamento, stimolare innovazione e rivitalizzare le aree rurali.
Nel nostro caso, il GAL Valle d’Aosta è l’unico a livello regionale, una situazione unica rispetto alle altre regioni italiane che hanno più GAL. Copriamo praticamente tutta la Valle d’Aosta, tranne il centro urbano di Aosta, che non rientra nelle aree rurali.
La sfida è grande: lavorare in un territorio variegato, dove convivono località turistiche frequentate e zone più isolate. Il nostro obiettivo è colmare questi divari, sostenendo progetti anche piccoli ma che rispondano a bisogni autentici della comunità.
Come il GAL unisce saperi tradizionali, patrimonio culturale e innovazione?
Lo facciamo con progetti concreti e collaborazioni multidisciplinari. Un bell’esempio è l’Atlante digitale del patrimonio sottoutilizzato, creato insieme al Politecnico di Torino e alla Fondazione Courmayeur. Sono stati mappati una cinquantina di beni abbandonati o inutilizzati del territorio per promuoverne un riuso sostenibile, evitando nuovo consumo di suolo. Il lavoro è disponibile su una piattaforma consultabile pubblicamente.
L’innovazione passa anche dall’ascolto delle comunità locali, per far emergere idee nate dal basso che diano nuova vita a edifici e luoghi con una storia da raccontare.
Quanto contano, secondo te, le comunità locali nella valorizzazione culturale? Sono abbastanza coinvolte?
Le comunità sono essenziali: sono loro a custodire saperi, memorie e tradizioni, capaci di rendere viva un’esperienza culturale autentica. Ma coinvolgerle davvero non è semplice, soprattutto se si tratta delle nuove generazioni.
Ci sono anziani con un patrimonio di conoscenze prezioso, che rischia di andare perso. Per questo è importante raccogliere e digitalizzare storie, interviste e testimonianze. Allo stesso tempo, serve trovare modi e linguaggi giusti per coinvolgere i giovani e valorizzare le piccole associazioni locali, spesso il cuore silenzioso della vita culturale nei territori.

Spesso si parla di patrimonio come “bene comune”: come si può costruire un vero senso di appartenenza tra cittadini e territorio?
Il senso di appartenenza nasce dal coinvolgimento concreto. Un bene restaurato ma non utilizzato è un’occasione sprecata. Per questo, nel prossimo ciclo di programmazione, il GAL promuoverà percorsi di coprogettazione che accompagneranno enti e associazioni fin dalle prime fasi di definizione dei progetti.
L’obiettivo è creare un legame forte tra le vere esigenze della comunità e le risorse disponibili, evitando interventi “calati dall’alto” che spesso risultano lontani dalla realtà vissuta da chi abita quei luoghi.
Il patrimonio culturale può diventare un motore di sviluppo economico. Quali strategie aiutano a coniugare tutela e crescita?
Un sito culturale vivo genera effetti a catena: attira visitatori, sostiene le attività commerciali e crea opportunità di lavoro locale. Parliamo di un turismo lento, di prossimità, che valorizza il territorio anche fuori dai circuiti più battuti.
Perché questo funzioni, serve che gli operatori turistici – albergatori, gestori di B&B – diventino a loro volta ambasciatori del patrimonio culturale. Una formazione mirata può aiutarli a proporre percorsi alternativi, valorizzando borghi, musei minori e tradizioni locali, spesso poco conosciuti anche dagli stessi residenti.
Quali sono i progetti che il GAL Valle d’Aosta ha sostenuto e che ritieni più significativi per la valorizzazione culturale?
Nell’ultima programmazione abbiamo finanziato interventi di recupero di forni, mulini, cappelle, torchi e altri elementi della vita rurale. Piccoli luoghi ma ricchi di storie e tradizioni.
Ora l’attenzione si è estesa anche alla manutenzione paesaggistica, con progetti dedicati ai muri a secco, simbolo del paesaggio valdostano e testimoni di un sapere antico, che oggi assume un valore nuovo. Oltre al restauro, abbiamo avviato corsi di formazione per i tecnici comunali, per garantire una manutenzione efficace e duratura. Questi muri non solo proteggono il territorio e la sicurezza dei versanti, ma sono alleati preziosi nella prevenzione del dissesto idrogeologico, un tema sempre più urgente.

Guardando al futuro, quali leve attivare per rafforzare il ruolo delle comunità nella cura e promozione del patrimonio culturale?
Serve un lavoro di sensibilizzazione soprattutto verso i giovani. Spesso chi nasce in un luogo tende a darlo per scontato, ma prendersene cura è una responsabilità condivisa.
Per questo il GAL ha avviato il progetto Rural Lab, che vuole avvicinare i giovani al mondo rurale e alla partecipazione attiva. L’idea è far incontrare chi ha esperienza e chi può portare idee nuove, in un confronto costante e creativo.
Un territorio si preserva anche grazie alla diversificazione delle attività: un agricoltore può diventare guida, ospitare visitatori o proporre attività educative. Non si tratta di stravolgere i mestieri, ma di integrarli per rendere la vita nelle aree rurali più sostenibile, sotto ogni punto di vista.
Il lavoro dei GAL ci ricorda una cosa importante: valorizzare un territorio non significa solo conservarlo, ma soprattutto infondergli nuova energia. Significa creare legami autentici tra patrimonio culturale e comunità, aprendo strade nuove per lo sviluppo economico e sociale.
Anche noi crediamo profondamente in questo approccio. Con Nektar, il nostro servizio dedicato alla valorizzazione museale, affianchiamo enti e istituzioni nella progettazione di percorsi culturali che parlano alle persone, dentro e fuori dai musei, per costruire connessioni che durano nel tempo.
Se stai lavorando a un progetto culturale e cerchi un partner con esperienza sul campo, scrivici a segreteria@akhet.it: insieme, possiamo dare nuova voce al territorio e al suo patrimonio.
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