L’importanza dei numeri in archeologia.
Uno degli argomenti più scottanti per noi archeologi sono gli aspetti economici del business.
Si dà per scontato che gli studiosi non abbiano una spiccata propensione per i numeri né per gli “affari”. In particolare in Italia, dove le tematiche economiche sono del tutto escluse dalle facoltà umanistiche, sembra che appassionarti ad una materia di studio escluda a priori la possibilità di ottenere un beneficio economico.
Così anche nelle facoltà di archeologia non c’è un solo esame che tratti di gestione d’impresa, di analisi della produttività o di controllo di gestione.
Un deficit che ci penalizza non solo nella crescita come professionisti e ancor di più se imprenditori, ma anche nel progettare e quantificare i costi di uno scavo archeologico.
Riusciamo a colmare queste lacune, negli anni, solo con l’esperienza e la curiosità di esplorare nuovi ambiti del sapere che supportino la crescita della nostra azienda.
Una maggiore consapevolezza degli aspetti economici e finanziari aiuterebbe non solo gli imprenditori ma anche gli archeologi freelance, perché consentirebbe loro di fare una scelta più lungimirante nelle occasioni di lavoro, collaborando con le imprese che possono offrire maggiori possibilità di crescita sul lungo periodo.
In questo articolo voglio però continuare a trattare l’argomento con gli occhi di un imprenditore o di chi sta pensando di aprire un’impresa archeologica. (Di cui ho già scritto qui, qui e qui.)

Analizzare i dati finanziari dell’impresa archeologica.
Come accade spesso, quello che non conosciamo ci spaventa, per cui la prima regola per non farsi spaventare dai numeri è… imparare a conoscerli.
Per farlo è necessario osservare, analizzare, comprendere. E per iniziare è necessaria una buona dose di curiosità e di voglia di imparare: è probabile che faremo molti errori anche solo interpretando un file excel mai visto prima, ma impareremo a migliorarci e a capirne sempre un po’ di più.
Il supporto di consulenti specialistici è indispensabile non solo per rispettare le norme e le scadenze, ma anche per mettere a punto un idoneo strumento di monitoraggio; per costruire una sorta di cruscotto che ci aiuti a tirare fuori i dati importanti per l’andamento della società, i cosiddetti Kpi (key performance indicator).
Siamo noi imprenditori a dover porre le domande giuste utili allo sviluppo aziendale:
attenzione quindi a non delegare d’emblée al consulente le sorti finanziarie della vostra impresa!
I soli dati di bilancio non sono sufficienti per mettere a punto una strategia sul lungo periodo, perché si concentrano sul passato, sui numeri “consuntivi”, e non sui dati previsionali che ci raccontano il futuro dell’azienda. Ed è lì invece che vogliamo guardare, imparando a fare scelte e a individuare gli step necessari per portare a termine i nostri progetti.
Saper analizzare i numeri è importante anche per fornire indicazioni al nostro team, perché le “sensazioni” non sono mai di aiuto ed è necessario trovare parametri oggettivi sui quali pianificare e predisporre azioni di miglioramento.

Le difficoltà nella raccolta dei dati di mercato.
L’archeologia imprenditoriale non ha, fino ad oggi, un riferimento certo di settore e le stesse analisi di mercato risultano difficili soprattutto per la mancanza di un codice ATECO univoco.
I codici ATECO (la classificazione delle attività economiche adottata dall’Istat) attribuiti dalle Camere di Commercio a chi decide di aprire un’impresa archeologica spaziano infatti da quelli troppo generici a quelli in ambito edile. Solitamente la scelta è tra:
43.12 – (Preparazione del cantiere edile), che ci parifica con le imprese di movimento terra;
74.90.99 – (Altre attività professionali non classificate altrove), che include, nel mare magnum dei professionisti non ordinistiche, anche l’attività professionale dell’archeologo;
72.20.00 – (Ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche) che si sta facendo spazio in ambito europeo, ma che rimanda alla sola attività di ricerca umanistica.
Nessun codice, insomma, in grado di inserire l’impresa archeologica in un’unica classificazione di attività.
Questa confusione e la commistione di attività molto diverse tra loro comporta non poche difficoltà a studiare il nostro settore su base nazionale per comprenderne l’evoluzione.
Lodevoli perciò sono i tentativi da parte delle associazioni di categoria, sia in Italia che all’estero, di procedere ad una raccolta di informazioni sul nostro settore. Ma credo che fino a quando non si potrà definire uno storico “statistico”, siamo noi imprenditori a dover spiegare agli stakeholder l’andamento del mercato archeologico.
Se è vero che l’archeologia imprenditoriale è di fatto in fase di sviluppo ed è condizionata da dinamiche che esulano dal proprio controllo (trattandosi di un’attività a supporto di altri ambiti produttivi), l’imprenditore è l’unico in grado di decifrare e illustrare i dati per valutare l’andamento delle imprese e di tutto il settore.
Perciò iniziamo a maneggiare i numeri con più destrezza e diventeremo referenti sempre più autorevoli per i nostri Committenti.
Vi aspetto su LinkedIn sul mio profilo personale e sulla pagina Akhet per continuare a parlare di impresa archeologica.
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