All’interno del mondo specialistico è stata spesso convenzione dividere in due categorie i beni culturali tra archeologici e architettonici, nonostante vi siano numerose occasioni in cui questi due settori si uniscono o meglio si sovrappongono.
Da un lato si possono portare gli esempi di beni notoriamente archeologici, come resti monumentali del mondo romano, che per loro conservazione in elevato devono essere trattati alla stregua di beni architettonici; dall’altro esempi di beni solitamente inseriti nell’ambito architettonico che, per una corretta lettura della loro storia, non possono prescindere dall’analisi dei depositi presenti al loro interno, ma soprattutto dalla lettura dei rapporti stratigrafici tra le murature, che ne raccontano le differenti cronologie, seppur visibili all’interno di un unicum.
Questa divisione è percepibile anche all’interno dei programmi di studio universitari, dove non è possibile ritrovare un corso di laurea che coniughi lo studio dei rapporti stratigrafici applicato a depositi e murature (archeologia), lo studio dell’evoluzione delle forme architettoniche (storia dell’arte) e la pratica del restauro (architettura).
È in questo vuoto che prova ad inserirsi l’archeologia dell’architettura, ambito per sua genesi multidisciplinare che riporta su un unico binario tutte le informazioni indispensabili per la corretta lettura di un bene culturale architettonico la cui funzione è ormai tramontata (rudere) o è stata trasformata nel corso del tempo in seguito a successive ricostruzioni.
Un esempio di archeologia dell’architettura è ben rappresentato dal palazzo Savelli è stato costruito nel 1535 sopra le arcate dei fornici del teatro Marcello a Roma dall’architetto Baldassare Peruzzi, che nel suo intervento si dimostra un vero e proprio restauratore di un edificio antico.

Il teatro Marcello a Roma in un’illustrazione del 1810 (Bilderbuch für Kinder, 1810 – Wikipedia)
Cito anche un altro esempio più vicino al territorio in cui operiamo: l’anfiteatro romano di Aosta, sulle cui arcate venne costruito il monastero delle suore di Santa Caterina e che ancora oggi ospita il convento delle religiose di San Giuseppe.

L’anfiteatro romano di Aosta sulle cui arcate venne costruito il monastero delle suore di Santa Caterina e che ancora oggi ospita il convento delle religiose di San Giuseppe (Foto @RAVA tratta da P. Framarin, S. Pinacoli, M.C. Ronc (a cura di), MAR Museo Archeologico Regionale Valle d’Aosta. Guida, Contesti, Temi. Quart 2014).
Per evitare di cadere nell’equivoco del restauro stilistico, pratica estremamente diffusa in Italia e Francia nel passaggio tra XIX e XX secolo, l’analisi “olistica” di un monumento è dunque indispensabile per una corretta strategia di restauro. Solo in questo modo si può evitare di utilizzare come chiave di lettura dell’intervento da compiere “la parte per il tutto”; un approccio che tende a congelare il momento ritenuto “migliore” nella vita del bene per concentrarsi nella ricostituzione, a volte arbitraria, delle sue finiture come se il monumento fosse rimasto uguale per tutto il corso della sua vita.
Sono proprio le trasformazioni edili a donare uno spessore temporale e cronologico ai beni culturali, infrangendo l’immagine idealizzata ed entrando all’interno della storia del loro vissuto e delle persone che lo frequentavano.
L’esempio del castello di Pont-Saint-Martin in Valle D’Aosta.
Nel corso dell’estate 2022 in Akhet ci siamo occupati di un progetto di indagine archeologica e di restauro sulla bassa corte del castello dei signori di Pont-Saint-Martin, perfetto esempio di rudere monumentale del quale si conoscevano solamente alcune notizie storiche.
L’intervento ha previsto la completa rimozione della vegetazione infestante, l’indagine archeologica e il restauro conservativo delle murature sopravvissute.

Il castello dei signori di Pont-Saint-Martin prima del restauro.

Il castello dei signori di Pont-Saint-Martin in fase di restauro.
L’archeologia, che solitamente si occupa di indagare in maniera estensiva i contesti al fine di ricavare dati certi sulle corrette sequenze cronologiche, in questo caso è dovuta “scendere a patti” con le esigenze del restauro.
Dal momento che il fine ultimo dell’intervento era la fruizione pubblica, la prima cosa da comprendere era il “dove fermarsi” con lo scavo archeologico per donare al visitatore la possibilità di calarsi in maniera immersiva all’interno del rudere.
Ed è proprio nel giusto limite tra scavo e conservazione che l’archeologia dell’architettura ha trovato il suo spazio vitale: l’analisi propedeutica degli elevati e i rapporti stratigrafici tra le diverse murature emerse durante lo scavo hanno permesso di definire la presenza di almeno due macro fasi costruttive e quattro fasi di frequentazione, di cui l’ultima attribuibile ad un intervento di restauro di inizio XX secolo mai portato a termine.
Solo una volta compresa la sequenza del sito è stato possibile impostare la strategia di restauro.
La scelta è stata quella di risparmiare i piani di calpestio dell’ultima fase di frequentazione del castello senza eliminare completamente le testimonianze delle fasi precedenti e successive al fine di valorizzare non solo il luogo in sé, ma anche il tempo trascorso al suo interno.
Anche la pratica di restauro utilizzata, impostata nell’ottica del minimo intervento per mantenere inalterata l’armonia del rudere e valorizzare le fasi intermedie, ha subìto i riflessi dell’archeologia nell’adozione della pratica del reimpiego, tanto cara all’architettura antica.
Il materiale da smaltire, quasi un metro di spessore tra terra e conci murari che si era accumulato a seguito del crollo dei paramenti murari, invece di essere considerato uno dei risultati problematici dello scavo archeologico, è stato trasformato in un’opportunità.
Grazie alla collaborazione con la direzione lavori e la Soprintendenza si è scelto di utilizzare il volume di terra in eccesso per completare il terrazzamento della scarpata sud del castello e i conci lapidei per realizzare dei nuovi terrazzamenti a secco nella parte esterna al castello.
Gli stessi conci lapidei sono inoltre stati in parte reimpiegati nel restauro conservativo vero e proprio, con la creazione di corsi di sacrificio al di sopra delle cortine murarie, per il risarcimento di alcune murature divorate dal tempo e per la ricostituzione della pavimentazione lastricata della parte alta della bassa corte.
Data la caratura eccezionale del materiale a disposizione e la sua perfetta compatibilità con l’esistente, la gran parte degli interventi è stata eseguita a secco, con utilizzo di malta per la maggior parte a scomparsa e a vista solamente nei punti in cui era necessario un consolidamento per la sicurezza.


Il risarcimento a secco di una breccia muraria. La ricostituzione a secco del lastricato della parte nord della bassa corte
Un approccio sostenibile per gli interventi di valorizzazione.
L’intervento realizzato, di cui gli abitanti di Pont-Saint-Martin sono stati entusiasti, accende i riflettori sulla miriade di beni culturali italiani in attesa di interventi di valorizzazione (un censimento del FAI del 2019 ne ha rilevati oltre 37mila), la cui richiesta è spesso promossa dalle comunità stesse, che si identificano e identificano la loro storia nei monumenti dei loro borghi, siano essi siti archeologici, castelli, chiese o anche più semplicemente scorci paesaggistici.
Spesso i preventivi per gli interventi di restauro ordinari fanno desistere le comunità ancora prima di iniziare, ma l’intervento sul castello di Pont-Saint-Martin mette in luce come una diversa pratica possa essere possibile.
Un approccio sostenibile che metta in evidenza i diversi step che si possono eseguire in base al budget a disposizione del committente: dal semplice diserbo del verde all’eradicamento delle essenze infestanti, da uno scavo minimo per garantire un piano di calpestio sicuro ad uno maggiore per recuperare le superfici antiche, da un semplice consolidamento delle creste murarie ad una ricostituzione di interi lacerti crollati. Sempre tenendo conto non solo del possibile approvvigionamento di materiali edili in loco, ma anche di due concetti fondamentali:
- che un bene culturale in stato di rudere non deve essere “riabilitato”, ma solamente “osservato”;
- che spesso il primo restauro è la manutenzione.
Pratiche virtuose di manutenzioni ordinarie, osservazione delle parti pericolanti e interventi puntuali di consolidamento possono a volte valorizzare un bene culturale senza la necessità di dover aprire un cantiere esteso, donando ai ruderi una nuova vita in cui il loro valore culturale possa essere riconosciuto non solo dai turisti e dagli avventori, ma soprattutto dalla comunità di cui esso rappresenta la storia.
Comments are closed.

