Intervista a Paolo Sponza, Consulente Imprese Innovative per 2i3T – Incubatore dell’Università di Torino
L’innovazione non è mai un atto isolato. È un processo che prende forma dall’incontro tra ricerca, competenze e capacità di visione. In questo percorso, gli incubatori universitari svolgono un ruolo cruciale nel trasformare il sapere in impresa, generando valore non solo economico ma anche territoriale e sociale.
Ne abbiamo parlato con Paolo Sponza, consulente per le imprese innovative di 2i3T, l’incubatore dell’Università di Torino, che da oltre quindici anni accompagna ricercatori e team imprenditoriali nelle prime fasi di sviluppo.
Il ruolo dell’incubatore universitario
Qual è la missione di 2i3T e quale valore porta al territorio?
2i3T nasce operativamente nel 2007 come incubatore universitario, anche se la sua fondazione risale al 2003. La sua missione principale è quella di supportare il trasferimento di conoscenza, un’evoluzione naturale del concetto di trasferimento tecnologico, offrendo una “terza via” alla ricerca universitaria, accanto alla pubblicazione scientifica e alla didattica: l’applicazione sul mercato.
L’incubatore è uno strumento pensato per accompagnare professori e ricercatori nel trasformare competenze ad altissimo livello in iniziative imprenditoriali. È una società consortile partecipata dall’Università di Torino, da Finpiemonte, dalla Holding della Città Metropolitana di Torino e dalla Fondazione LINKS. Questo assetto riflette una missione fortemente orientata al sistema e al territorio, con l’obiettivo di renderlo più attrattivo e competitivo attraverso la nascita di imprese ad alta intensità di conoscenza.
2i3T si inserisce inoltre in un ecosistema regionale dell’innovazione particolarmente strutturato: è il secondo incubatore nato a Torino, dopo quello del Politecnico (il primo in Italia), e opera in sinergia con altre realtà per rafforzare l’impatto complessivo. Accanto all’incubazione, svolge anche un’importante attività di educazione e formazione all’imprenditorialità, lavorando con scuole e giovani per diffondere una cultura dell’innovazione.
In cosa si distingue un incubatore universitario rispetto a un acceleratore?
La differenza principale è temporale e metodologica. Un incubatore come 2i3T interviene prima: accompagna il passaggio dall’idea strutturata al consolidamento, fino alla nascita e alle prime fasi di crescita dell’impresa. Il percorso di incubazione dura fino a quattro anni e lavora in un’ottica di accelerazione, ma senza focalizzarsi esclusivamente sulla scalabilità economica.
Accanto agli aspetti finanziari, 2i3T valuta con grande attenzione l’impatto sul territorio, il valore generato per la filiera dell’innovazione e la capacità del progetto di attivare relazioni e partnership. In molti casi, una collaborazione industriale è considerata persino più strategica di un investimento puramente finanziario, soprattutto se consente di generare occupazione qualificata e ricadute durature sul territorio.

Dalla ricerca all’impresa
Qual è il momento più delicato nel percorso di una startup in incubazione?
Non esiste un solo momento critico, perché molto dipende dalle persone e dal livello di maturità del team. Tuttavia, osservando in particolare il mondo degli spin-off universitari, uno dei passaggi più delicati è quello che porta il ricercatore a diventare imprenditore.
È un cambiamento profondo: significa prendere consapevolezza non solo delle opportunità, ma anche delle responsabilità e dei rischi legati al mercato. La fase più sensibile è spesso quella che va dalla chiusura del business plan alla costituzione formale della società: sedersi davanti a un notaio, investire risorse proprie e affrontare i primi mesi, o il primo anno, di confronto reale con il mercato.
Quali competenze mancano più spesso nei team che arrivano dal mondo della ricerca?
L’Università di Torino copre un ventaglio amplissimo di saperi, ma i team che arrivano in incubazione raramente presentano competenze già complementari. I progetti provenienti dalle scienze dure, ad esempio, mostrano spesso carenze in ambito manageriale o gestionale; altri possono avere limiti sul fronte digitale, giuridico o della comunicazione.
Il ruolo dell’incubatore è anche quello di supportare il completamento delle competenze, cercando di costruire collaborazioni efficaci. Non sempre è semplice: oltre alle competenze, serve la disponibilità personale a mettersi in gioco e ad abbracciare davvero il progetto imprenditoriale.
È più complesso sviluppare una visione imprenditoriale partendo dalle scienze dure o dalle scienze umane?
Probabilmente il giudizio è influenzato da un certo bias, dato che 2i3T nasce in un contesto fortemente legato alle biotecnologie. Detto questo, l’esperienza suggerisce che, in media, le scienze umane incontrano qualche difficoltà in più.
I metodi di sperimentazione, validazione e testing tipici dell’imprenditorialità innovativa sono più affini alla formazione scientifica “dura”. Tuttavia, non mancano eccezioni interessanti: discipline come la filosofia, ad esempio, dimostrano talvolta una sorprendente capacità di analisi critica e valutazione, elementi fondamentali anche per l’imprenditorialità.

Metodo e accompagnamento
Quali approcci risultano più efficaci nel percorso di incubazione?
2i3T lavora con progetti molto diversi tra loro, non solo di origine universitaria. Il punto di partenza è sempre l’analisi del bisogno e della risposta proposta. Approcci come il design thinking aiutano a formulare ipotesi e a costruire veri e propri esperimenti di validazione.
L’obiettivo è verificare il più possibile le assunzioni prima dell’ingresso sul mercato, quando questo è fattibile. Anche nei settori con cicli di sviluppo più lunghi, come il farmaceutico, il principio resta lo stesso, seppure con tempi e costi differenti.
Come viene favorita la collaborazione con il territorio?
2i3T è un partner riconosciuto all’interno di una rete ampia di relazioni, formali e informali. Il suo network comprende startup incubate, imprese ormai consolidate, professionisti, altri incubatori e istituzioni come la Camera di Commercio.
Questo patrimonio di relazioni rappresenta una risorsa fondamentale, alimentata soprattutto da rapporti umani, ambienti di confronto e progetti condivisi. Iniziative recenti legate al PNRR o alle Case delle Tecnologie Emergenti sono esempi concreti di come queste collaborazioni si traducano in opportunità operative.
Quanto conta la comunicazione per una startup innovativa?
Conta moltissimo. Per 2i3T, la comunicazione ha una dimensione istituzionale, ma esiste anche un’area dedicata al supporto delle startup. È essenziale aiutare i team a trovare il giusto tono di voce, il canale corretto e lo strumento più efficace.
All’inizio, molti ricercatori faticano a rendere accessibile il proprio contenuto scientifico, soprattutto in contesti come pitch o presentazioni pubbliche. Ma quando vedono come il loro messaggio si trasforma e diventa comprensibile, iniziano a riconoscere il valore strategico della comunicazione. Per questo l’incubatore lavora con una rete di partner specializzati in comunicazione e marketing digitale, adattando il supporto alle esigenze specifiche di ciascuna startup.
Innovazione e territorio
Come descriveresti oggi l’ecosistema dell’innovazione in Piemonte?
È un ecosistema che può ancora migliorare, ma che ha raggiunto un buon livello di maturità ed equilibrio. Esiste una competizione sana, accompagnata da un riconoscimento reciproco delle competenze e da una diffusa disponibilità alla collaborazione.
Questo approccio è percepito anche da chi beneficia dell’ecosistema: non è raro che nascano reindirizzamenti, nuove collaborazioni e sinergie tra soggetti diversi, creando valore per tutti gli attori coinvolti.
Ci sono settori particolarmente promettenti?
L’intelligenza artificiale e i centri di ricerca ad essa collegati sono sicuramente in forte crescita. Allo stesso tempo, il Piemonte può contare su distretti industriali storici, dal tessile biellese alle rubinetterie novaresi, dall’agritech cuneese ad altri comparti manifatturieri, che rappresentano un substrato ideale su cui innestare innovazione.
La presenza di università di alto livello come UniTo e il Politecnico di Torino rafforza ulteriormente la competitività del territorio. Le principali difficoltà derivano più dal posizionamento geografico e dalla vicinanza ad altri poli molto forti che da una carenza di competenze. Storicamente, il mondo life science è quello che ha generato i risultati più impattanti per 2i3T, ma le opportunità stanno crescendo anche in altri ambiti.

Cosa servirebbe per rafforzare ulteriormente il dialogo tra università, imprese e startup?
Sarebbe utile creare una sorta di “casa comune” in cui alcuni servizi e accompagnamenti possano essere gestiti in modo più trasversale. A livello nazionale ed europeo, più che competere tra ecosistemi, sarebbe auspicabile rafforzare l’integrazione e la collaborazione.
Un approccio cooperativo, soprattutto in un contesto europeo, potrebbe rendere l’intero sistema più efficace ed efficiente, anche se dal punto di vista politico ed economico la gestione delle risorse resta una sfida complessa.
Guardare avanti
Quali sono le competenze chiave per gli imprenditori di domani?
Più che una competenza, è una predisposizione: la curiosità. È una caratteristica trasversale che accomuna molti imprenditori. Essere curiosi significa porsi domande, mettersi in discussione e cercare continuamente soluzioni migliori.
Innovare non vuol dire necessariamente inventare qualcosa di completamente nuovo, ma trovare il modo di fare meglio ciò che già esiste, creando una proposta di valore più efficace. A questo si aggiunge una componente meno misurabile, ma fondamentale: il talento.
Quanto conta la multidisciplinarietà nei team?
È essenziale coprire le competenze chiave. Servono persone capaci di sviluppare il prodotto o il servizio, altre in grado di raccontarlo e comunicarlo, e altre ancora che sappiano gestire gli aspetti economico-finanziari. Non è detto che queste competenze coincidano sempre con tre persone diverse, ma devono essere presenti all’interno del team.
Che consiglio daresti a chi ha un’idea ma non sa da dove cominciare?
Dipende molto dall’idea. Nelle fasi embrionali è fondamentale approfondire e verificare se esistono già soluzioni simili. Se l’idea risponde a un bisogno reale, il passo successivo è immaginare come trasformarla in una soluzione concreta e testarla in modo semplice e poco costoso.
È importante superare il mito della segretezza assoluta: le idee devono circolare, nei modi e nei tempi corretti. Il confronto permette di ottenere feedback preziosi e spesso porta a modificare, migliorare o persino ripensare l’idea iniziale. Molti progetti trovano la loro direzione migliore proprio grazie al dialogo con stakeholder, potenziali utenti e partner.

L’intervista a Paolo Sponza restituisce un messaggio chiaro: l’innovazione non nasce dall’intuizione isolata, ma da percorsi strutturati, competenze che si integrano e contesti capaci di accompagnare la crescita.
Incubatori, università, imprese e territori non sono mondi separati, ma parti di uno stesso processo. È nella loro capacità di dialogare che le idee smettono di essere potenziali e iniziano a diventare soluzioni.
In Akhet condividiamo questa visione: lavorare sull’innovazione significa costruire ponti tra conoscenza e decisioni, tra ricerca e applicazione concreta.
Attraverso il nostro blog continueremo a esplorare questi percorsi, raccontando come metodo, collaborazione e visione possano tradursi in impatto reale.
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