Come società archeologica abbiamo sempre nutrito un profondo interesse per le antiche civiltà e i loro metodi di osservazione del cielo.
L’astronomia, infatti, ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo delle culture umane, influenzando l’architettura, la navigazione, l’agricoltura e la costruzione dei calendari.
Per esplorare più a fondo l’importanza delle costellazioni e la loro evoluzione nel tempo, abbiamo deciso di intervistare il dott. Andrea Bernagozzi, ricercatore all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e al Planetario di Lignan, dove opera anche come referente per la comunicazione.
La sua esperienza ci aiuterà a comprendere meglio come gli antichi interpretavano i cieli e come queste interpretazioni hanno influenzato la loro cultura e la comprensione dell’universo.
1. Dott. Bernagozzi, che cosa sono le costellazioni?
Le costellazioni sono figure di fantasia.
Le righe che uniscono le stelle, tracciando in cielo dei disegni, sono frutto dell’immaginazione dei nostri antenati, un po’ come quando si guarda una nuvola e la sua forma ci ricorda qualcosa.
Con la nascita dell’astronomia moderna, tra il 1500 e il 1700, abbiamo compreso che le stelle che ci appaiono una accanto all’altra in cielo in realtà sono una dopo l’altra nello spazio, separate da distanze immense.
Le costellazioni quindi non hanno una realtà fisica, la loro natura è puramente prospettica e non c’è un legame vero tra le stelle di una medesima costellazione, tranne qualche rara eccezione casuale.
Benché nel tempo siano stati elaborati sistemi di coordinate sempre più raffinati e precisi per individuare in modo univoco la posizione di un astro per puntare i telescopi, scienziate e scienziati di oggi utilizzano ancora oggi le costellazioni come riferimento pratico per suddividere la volta celeste in aree ben definite.

2. Potrebbe spiegarci perché le costellazioni hanno avuto un’importanza così significativa per le antiche civiltà?
Il fatto che le costellazioni siano immaginarie non significa che non contino nulla, anzi è vero il contrario!
Intanto, per inventarle, bisogna rivolgere lo sguardo verso l’alto e verso il cielo notturno. Non è affatto un gesto scontato. L’essere umano è un animale diurno e abbiamo bisogno di tanta luce per vedere bene: stare di notte all’aperto esponeva i nostri avi al rischio di essere attaccati da animali predatori notturni, oppure cadere in imboscate di nemici.
Tuttavia, nonostante i possibili pericoli, donne e uomini della preistoria lasciavano il proprio riparo per ammirare le stelle. Perché?
Evidentemente l’osservazione degli astri risponde a necessità profonde del nostro animo.
Intanto guardare il cielo notturno è bello, è un affascinante spettacolo della natura, come sa chi partecipa alle nostre iniziative e osserva una notte serena a Lignan, nel primo Starlight Stellar Park in Italia. Questo può aver invogliato a vincere le proprie paure e a rendere il cielo un po’ più… amico, per esempio riempiendolo di cose, animali e persone familiari, cioè i disegni delle costellazioni.
Su queste figure sono state inventate delle storie, magari raccontate attorno a un fuoco, che poi hanno originato i miti tramandati di generazione in generazione, fino ai giorni nostri.

3. Quali strumenti utilizzavano gli antichi per osservare il cielo e misurare i movimenti celesti?
Raccontando le storie delle costellazioni, i nostri avi si sono accorti che i fenomeni astronomici si ripetevano con regolarità. Gli antichi ignoravano che i moti apparenti degli astri derivano dal fatto che la Terra ruota su sé stessa attorno al proprio asse, la Luna orbita attorno alla Terra, mentre Terra e Luna insieme orbitano attorno al Sole nello spazio.
Ciò non implica che gli avi non fossero brillanti, anzi sono stati abilissimi!
Infatti hanno imparato a utilizzare i fenomeni per scopi pratici, per esempio misurare il tempo che passa grazie al moto periodico degli astri. Il giorno corrisponde a un ciclo diurno del Sole, il mese al ciclo delle fasi lunari, l’anno al ciclo delle costellazioni che si alternano nelle varie stagioni.
Il primo strumento è stato l’orizzonte, che ha costituito un riferimento naturale per prendere nota dei movimenti del cielo rispetto alla terra. Poi sono stati realizzati sistemi con aste e bastoniche fungessero da orizzonti artificiali e portatili, rispetto ai quali traguardare le stelle e misurare angoli a occhio nudo.
Questo ha portato alla costituzione dei calendari, con cui regolare l’allevamento e l’agricoltura.
Non si tratta di attività secondarie, bensì fondamentali per garantire la sopravvivenza della propria comunità e della sua discendenza.
In altre parole, se noi oggi siamo qui, lo dobbiamo all’attenta osservazione del cielo avviata millenni fa, forse decine di migliaia di anni fa, dai nostri antenati della preistoria.

4. Ci sono miti o leggende specifiche legate alle costellazioni che ha trovato particolarmente affascinanti o significative?
Tutte le civiltà e le società, in ogni epoca e da ogni continente, hanno osservato il cielo, popolandolo con disegni e miti. Siccome ognuno ha la propria fantasia, ogni tradizione ha avuto costellazioni diverse, mettendo insieme le stelle in modo differente e arbitrario.
Tutte le costellazioni e le relative leggende sono affascinanti, tutte sono significative in relazione al momento e alla cultura che le hanno inventate. Il cielo notturno è diventato una specie di gigantesco test psicologico, in cui ogni civiltà ha proiettato sulla volta celeste i propri valori e le proprie esperienze.
Là dove i Greci vedevano una bellissima ninfa trasformata in una terribile orsa per capriccio degli dei, cioè la costellazione dell’Orsa maggiore, i Romani – sensibili alle questioni pratiche – vedevano sette buoi che trainano un aratro, gli Arabi medievali – attenti alla ritualità – un corteo funebre, gli antichi Cinesi – con un governo centrale che impone il controllo sulle periferie – il trono dell’imperatore celeste, mentre per le popolazioni dell’Africa subsahariana l’orsa era una giraffa e così via…
Anche noi potremmo inventare stanotte le nostre costellazioni e andrebbe benissimo. Il problema si pone quando vogliamo scambiare informazioni e condividere studi, come facciamo in astronomia: dobbiamo avere riferimenti comuni.
Per questo, circa un secolo fa, una commissione di astronomi ha suddiviso il cielo in 88 costellazioni. Attenzione, non sono quelle “giuste” rispetto ad altre versioni “sbagliate”, sono quelle che si usano nell’astronomia contemporanea.

5. Quanto l’astronomia influenzava la sfera del sacro e le credenze religiose dei nostri antenati?
Se le stelle possono indicarci quando fare la semina e quando il raccolto, oppure la via di casa come la Stella polare (che non è sempre la stessa e nel corso dei millenni cambia, a causa del lento moto di precessione terrestre), viene spontaneo pensare che il cielo che ci sovrasta, guardandoci dall’alto, ne sappia più di noi, e perciò che lì risiedano divinità che controllano il nostro destino.
L’indagine scientifica sul rapporto tra le credenze religiose e il cielo però non riguarda tanto l’astronomia, quanto la storia, l’archeologia, l’antropologia e così via, fino a discipline relativamente recenti come l’archeoastronomia e l’astronomia culturale.
A Saint-Barthélemy ci occupiamo di astrofisica, perciò su questi temi preferisco lasciare la parola a chi opera professionalmente in questi ambiti.
Conclusioni
L’intervista al dott. Andrea Bernagozzi ci ha offerto una prospettiva insolita e approfondita sull’importanza delle costellazioni e della loro interpretazione da parte delle antiche civiltà.
Abbiamo scoperto come le stelle siano state strumenti essenziali per tutte le culture, e abbiano influenzato la vita quotidiana dei nostri antenati anche dal punto di vista pratico e organizzativo.
L’osservazione del cielo non ha solo dato origine a miti e leggende che riflettono i valori e le esperienze delle diverse società, ma è profondamente legata alla misurazione del tempo e alla creazione di calendari, all’economia agricola.
Questa intervista ci ricorda inoltre l’importanza di guardare al cielo con la stessa meraviglia e curiosità dei nostri antenati.
Per cui ringraziamo il dott. Bernagozzi per aver condiviso con noi il suo sapere e per averci guidato in questo viaggio attraverso stelle e miti del passato.
Vi ricordiamo in questa occasione gli eventi previsti per questa estate all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta: partecipare sarà un’affascinante avventura alla scoperta degli strumenti che abbiamo oggi a disposizione per studiare l’universo, e di come la connessione tra l’uomo e le stelle resta una parte fondamentale della nostra eredità culturale.
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