Verso il 2026: segnali, cambiamenti e scenari per l’archeologia preventiva

Ogni fine anno, in Akhet ci prendiamo un momento per fermarci e guardare avanti. Non per fare previsioni astratte, ma per capire come sta cambiando il mondo in cui lavoriamo ogni giorno: cantieri che diventano più complessi, richieste degli enti che evolvono, strumenti digitali che entrano stabilmente nella pianificazione. 

Il 2026, da questo punto di vista, sarà un anno interessante. Le indicazioni europee sulla gestione dei dati, le linee guida del MiC, i report di EAC, UNESCO e ICOM stanno già orientando il settore verso un’archeologia più integrata, più sostenibile e più capace di dialogare con chi progetta il territorio. 

Per questo abbiamo raccolto alcune tendenze che, secondo noi, meritano attenzione. Non sono scenari lontani: sono segnali concreti che vediamo nei progetti, nei confronti con i partner, nelle discussioni che animano la comunità scientifica. Uno sguardo semplice, per capire dove stiamo andando e cosa ci aspetta nel 2026. 

Il digitale come supporto stabile alle decisioni nella preventiva    

 

Nel 2026 la digitalizzazione potrebbe compiere un ulteriore passo avanti anche nel nostro settore. La Commissione Europea, con il Data Governance Act e le iniziative collegate, sta spingendo verso una gestione del dato più ordinata e interoperabile. Se queste politiche troveranno applicazione concreta, progettisti, enti e professionisti potrebbero lavorare su sistemi più allineati e su informazioni più facili da integrare nei processi decisionali. 

Parallelamente gli strumenti Web-GIS continuano a maturare, così come l’impiego di modelli predittivi nelle fasi preliminari dei progetti. L’EAC, nel rapporto Archaeology and Digital Futures del 2023, sottolinea come diverse realtà europee stiano già sperimentando approcci che combinano dati territoriali, statistica e analisi storica. Non si tratta di automatizzare l’archeologia, ma di migliorare la capacità di leggere i contesti prima che le scelte progettuali siano definitive. 

Per noi di Akhet tutto questo non rappresenta una novità. Da anni lavoriamo per rendere il dato archeologico più chiaro, accessibile e interoperabile, e collaboriamo con progettisti che chiedono strumenti in grado di dialogare con i loro ambienti digitali. La domanda di maggiore trasparenza e integrazione arriva direttamente dal campo e ci accompagna da tempo. 

Se il percorso avviato a livello europeo e nazionale continuerà, il 2026 potrebbe segnare un consolidamento di questa direzione. Resta però fondamentale mantenere alta l’attenzione sulla qualità e sulla solidità delle informazioni, perché una digitalizzazione efficace non è fatta di quantità, ma di affidabilità e capacità interpretativa. 

CPA più vicine alla pianificazione ordinaria: un passo verso una lettura del territorio più consapevole   

 

Nel 2026 le Carte del Potenziale Archeologico potrebbero avvicinarsi ulteriormente agli strumenti ordinari di pianificazione. È una direzione suggerita dalle linee guida pubblicate in diverse regioni e sostenuta dal quadro europeo, che con la Direttiva 2014/52/EU spinge a considerare il patrimonio culturale fin dalle prime fasi progettuali. Anche l’EAC, nel documento Predictive Modelling in Archaeology (2022), evidenzia l’utilità di avere valutazioni preliminari più strutturate. 

Nel nostro lavoro abbiamo osservato un interesse crescente verso strumenti che aiutino a leggere il territorio prima di avviare iter complessi. Le CPA, quando costruite con metodo e aggiornate nel tempo, rispondono bene a questa esigenza e possono diventare un riferimento utile sia per gli enti che per i progettisti. 

Ci auguriamo che nel 2026 questo approccio trovi maggiore continuità, con carte davvero integrate nei processi decisionali e non considerate solo come allegati tecnici. Sarebbe un passo avanti verso una progettazione più consapevole e più efficace. 

Verso un dialogo tra patrimonio e sostenibilità più concreto  

 

Nel 2026 il rapporto tra archeologia e sostenibilità potrebbe diventare più chiaro. Sempre più realtà internazionali stanno infatti includendo il patrimonio culturale all’interno dei criteri ESG, cioè gli indicatori che valutano la sostenibilità ambientalesociale e di governance di un progetto. 
In questo quadro, la dimensione sociale comprende anche la tutela dei luoghi, delle comunità e della loro storia, come riconosciuto dagli standard della World Bank e dell’IFC (Performance Standard 8) e, più recentemente, dagli Environmental and Social Standards della Banca Europea per gli Investimenti (2023). 

Anche l’Agenda 2030 richiama questa prospettiva. L’obiettivo SDG 11 invita infatti a proteggere il patrimonio culturale come parte dello sviluppo sostenibile delle città e dei territori. È un segnale che rafforza l’idea, già presente nei Cultural Impact Assessment dell’UNESCO, che la dimensione culturale non possa essere separata da quella ambientale e sociale. 

Nel nostro lavoro stiamo osservando una crescente attenzione verso valutazioni più trasparenti e documentate, soprattutto nei progetti in cui il dialogo con gli stakeholder è centrale. Se questa tendenza continuerà, ci auguriamo che il 2026 porti a un riconoscimento più stabile del ruolo dell’archeologia nelle strategie ESG, così da costruire progetti più consapevoli e rispettosi dei territori in cui si inseriscono. 

Verso figure più ibride per rispondere a esigenze che stanno cambiando   

 

Nel 2026 il tema delle competenze potrebbe diventare centrale anche per l’archeologia preventiva. Gli ultimi report europei segnalano una crescente richiesta di profili capaci di muoversi tra dati, GIS avanzato, interpretazione territoriale e gestione dei progetti. Il Skills Survey del CIfA (2023) e il rapporto EAC del 2024 mostrano una tendenza ormai chiara: la figura dell’archeologo potrebbe diventare sempre più ibrida, con una combinazione di competenze tecniche e digitali affiancate a capacità di dialogo con progettisti, enti e stakeholder. 

Questa evoluzione non riguarda solo gli strumenti, ma anche il modo di lavorare. La necessità di leggere grandi quantità di dati, collaborare con team multidisciplinari e comunicare con maggiore chiarezza potrebbe diventare parte della quotidianità dei professionisti del settore. Anche gli investimenti del MiC legati alla digitalizzazione del patrimonio, avviati con il PNRR, vanno in questa direzione. 

Nel nostro lavoro abbiamo già visto come le competenze più trasversali, dalla sintesi dei contenuti alla gestione delle informazioni spaziali, possano fare la differenza nelle fasi preliminari dei progetti
Se la tendenza attuale continuerà, ci auguriamo che il 2026 favorisca percorsi di formazione più mirati e continui, così da accompagnare la crescita di un settore che sta cambiando passo senza snaturare la qualità del lavoro archeologico. 

Alcuni aspetti da monitorare nel 2026   

 

Le tendenze che abbiamo descritto potrebbero portare a un 2026 ricco di evoluzioni, ma è utile mantenere uno sguardo attento su alcuni aspetti trasversali. Il primo riguarda la qualità del dato: la disponibilità di informazioni cresce, ma senza un’adeguata validazione il rischio è prendere decisioni su basi fragili, come ricordano anche le linee guida UNESCO sulla digitalizzazione del patrimonio. 

Un altro elemento da non sottovalutare è la trasparenza degli strumenti digitali. Molte piattaforme e modelli stanno entrando nel lavoro quotidiano, ma il Data Governance Act evidenzia un punto semplice: chi decide deve sapere come sono stati generati i dati che utilizza. 

Infine c’è il tema delle competenze, che CIfA ed EAC indicano come uno dei nodi più significativi. L’innovazione corre veloce e non sempre il settore riesce a starle dietro con la stessa rapidità. È una sfida comune a molte professioni tecniche. 

Se queste dinamiche si confermeranno nel 2026, ci auguriamo che siano accompagnate da attenzione, formazione e collaborazione. Solo così le novità potranno diventare strumenti utili e non complessità aggiuntive. 

In conclusione, guardare al 2026 significa osservare un settore che potrebbe continuare a cambiare passo, spinto da normative più chiare, strumenti digitali più maturi e una crescente attenzione verso la sostenibilità. Non possiamo sapere quale direzione prevarrà, ma le tendenze che oggi si intravedono offrono già un quadro utile per chi lavora tra territorio, progettazione e tutela. 

Per noi di Akhet questo sguardo in avanti è parte del lavoro quotidiano. Ci permette di prepararci, di accompagnare i progettisti nelle scelte preliminari e di contribuire alla costruzione di processi più consapevoli. Se il 2026 sarà davvero un anno di transizione, ci auguriamo che lo sia nella direzione di una maggiore collaborazione tra discipline, di dati più solidi e di strumenti che aiutino a leggere il territorio con lucidità. 

Il futuro non è mai completamente prevedibile, ma possiamo attrezzarci per leggerlo meglio. Ed è esattamente ciò che intendiamo continuare a fare. 

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